IOT in azienda, ecco perchè è un’occasione da non perdere per creare valore – Digital4

IOT in azienda, ecco perchè è un’occasione da non perdere per creare valore – Digital4

L’IOT in azienda (e fuori) è davvero il paradigma dominante di questo 2019. Internet of Things è sia nervatura che fluido della Digital Transformation. Riguarda hardware e software e rappresenta un ambito molto ampio, in forte crescita, non semplice da definire.

Partiamo dall’Industry 4.0 che l’Osservatorio del Politecnico di Milano ha recentemente valorizzato in 3,2 miliardi di euro, dati 2018, con una crescita del 35% rispetto all’anno precedente. Di questi, ben il 60% è rappresentato dall’IOT (Industrial IoT), con una dinamica del 40% sul 2017, e prospettive di ulteriori importanti sviluppi per i prossimi anni. Secondo la ricerca, l’IOT è quindi l’area di gran lunga più importante del comparto, seguita dall’Analytics, che vale il 17%, e poi da Cloud Manufacturing (8%), Advanced Automation (5%), Addictive Manufacturing (2%) e Advanced Human Machine Interface (1%).

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Perchè l’IOT è così importante: 5 motivi

  1. Non ci sarebbe Industry 4.0 senza l’IOT in azienda. La robotica, udite, udite, era già presente nell’Industry 3.0. E i sensori, così come i computer e la stessa Artificial Intelligence, arrivano da molto lontano. L’elemento caratterizzante dell’Industry 4.0 è invece proprio l’interconnessione e la circolazione dei dati tra macchine ed umani.
  2. Se il dato è il nuovo petrolio, l’IOT è ciò che lo produce e lo fa circolare.
  3. L’IOT connette mondi. Le piattaforme IOT mettono in relazione la progettazione con la factory, e poi la supply chain con gli smart products e questi con le smart cities – in uno scambio continuo tra ambiente gestionale, ambiente di produzione e di fruizione, pubblico e privato.
  4. È piedistallo e megafono dell’AI. Se l’Artificial Intelligence è l’abilitatore tecnologico da cui ci si aspetta risultati esponenziali, l’IOT è la piattaforma che genera i dati da dare in pasto alle macchine e allo stesso tempo che ne distribuisce gli output.
  5. L’IOT è un iper-settore, cioè un ambito davvero vasto, perché include infrastrutture, prodotti, applicazioni e quindi raccoglie un set pressochè illimitato di operatori, ecosistemi e modelli di business.

Il mercato Internet Of Things in Italia

Parlando dell’intersezione tra IOT e Industry 4.0, ovvero IIOT (Industrial IOT), facciamo riferimento a sensori, reti, sistemi di elaborazione e software di factory e logistica, finalizzati all’efficientamento produttivo e alla customizzazione. Ma ovviamente ci sono altre metà del cielo. C’è l’IOT pubblica, e qui parliamo di smart cities, un concetto pronto a entrare in ogni ambito della nostra vita sociale. E poi ci sono gli smart products, oggetti intelligenti connessi, che vanno dal frigorifero che si riordina la spesa, all’auto a guida autonoma. Il frigorifero che riordina la spesa non è il divertissement che sembra: in ambito ospedaliero i contenitori refrigerati che ospitano farmaci e preparati da sala operatoria possono contenere valori da decine di migliaia di euro e connetterli al calendario degli interventi determina efficienze e saving molto significativi.

I tre sistemi IOT, quello industriale, quello pubblico e quello degli smart products sono in via di connessione tra di loro. L’auto a guida autonoma deve apprendere dal semaforo che un’altra auto non sta rispettando il rosso. E molte aziende stanno già creando dei canali di comunicazione con i loro prodotti una volta rilasciati sul mercato, ad esempio per conoscere in tempo reale le opportunità di correzione della produzione, in presenza di difetti o semplici aree di miglioramento, come nel caso del produttore americano Polaris di motoslitte e veicoli sportivi che sta progettando un sistema che integra un segnale di ritorno con il proprio PLM.

Quando un settore viene toccato dall’IOT, diventa smart. Ed ecco lo smart metering, ovvero l’IOT calato nelle utilities, in assoluto uno degli ambiti su cui si sta facendo di più, rappresentando quasi la metà del mercato. E poi smart car, smart building, smart logistics, smart cities, smart home, smart asset management e smart factory – questi secondo l’Osservatorio IOT del Politecnico di Milano sono i raggruppamenti in cui inquadrare il mercato, che vede in pista quindi ogni comparto industriale, non solo telco, energy e manufatturiero ma anche l’assicurativo e sempre di più, oggi e in futuro, i retailer – fisici e virtuali. Un mercato, quello dell’IOT nel suo complesso, che ci viene descritto per un valore di 5 miliardi e che nel 2018 è cresciuto di un ulteriore 38%. Il 58% delle fabbriche hanno avviato progetti IIOT, ma c’è ritardo nelle PMI. Anche il pubblico si sta muovendo, con progetti avviati nel 36% dei comuni.

Oggetti intelligenti in un ecosistema accessibile che crea valore per tutti

Le grandi prospettive dell’IOT in azienda arrivano al termine di un paio di decenni che hanno visto una forte concentrazione d’investimenti nei settori degli smartphone e delle loro reti. Il dirompente interesse del cliente consumer verso gli smartphone e le loro applicazioni ha favorito, sul fronte hardware, il passaggio a CPU moderne in grado di assicurare elevate performance a basso costo e, sul fronte del software, la creazione dei sistemi operativi real time, alla base delle app e dei moderni ecosistemi. Come ha illustrato in un recente seminario in Confindustria Giovanni Miragliotta, Direttore di entrambi gli Osservatori menzionati, «Oggi è possibile scrivere applicazioni in grado di funzionare non più solo su una macchina, ma su tutta una famiglia di oggetti intelligenti che utilizzano quel sistema operativo. Il software è diventato trasversale. Il device si collega a internet e invia dati a una piattaforma cloud che li elabora e mette a disposizione di un ecosistema in cui sono presenti altre applicazioni, per differenti valorizzazioni di questa stessa informazione. Non è un sistema aperto, ma un sistema accessibile sulla base di regole e un linguaggio comune. Più player entrano nell’ecosistema, offrendo servizi, più si crea valore per tutti.» E così cresce anche la mole dei dati e il traffico.

Giovanni Miragliotta

Osservatori Digital Innovation, Politecnico di Milano

È chiaro come tutti gli sviluppi sulle tecnologie parte dell’IOT avranno un impatto amplificato, se non esponenziale, grazie alla loro interrelazione. Ad esempio, il 5G aggiungerà non solo banda, flessibilità e performance su ogni item funzionale, incluso l’assorbimento di energia, ma anche capacità di elaborazione distribuita nella rete, ovvero edge computing. Le implicazioni saranno molteplici, pensiamo all’impatto che la VR e AR in modalità 360 sui nuovi smartphone potrebbe avere sui retailer, virtualizzando l’esperienza d’acquisto, e ciò congiuntamente ad altre novità in arrivo, come la semplificazione e socializzazione dei pagamenti che potrebbe generare Libra.

L’offerta di piattaforme e servizi è ampia e articolata

Quanto è attraente il mercato italiano dell’IOT? Molto. I principali vendor dell’ICT hanno messo a punto un’offerta specifica, a livello software e infrastrutture, nel nostro Paese.

Player che possono provenire dalle reti, dal cloud, dal data management, dalla software integration o dalle infrastrutture, perché tutti questi sono elementi chiave del nuovo iper-settore. Diventano permeabili a questo punto, ancor più che in passato, i confini tra le aree di business e gli anelli della value chain. Chi un giorno è competitor, il giorno dopo può diventare un partner, e viceversa, dipende dall’assetto con cui ci si presenta dal cliente. Quello che conta è la fiducia nella relazione col cliente enterprise, l’accreditamento e la capacità di fornitura, per giocare un ruolo front-end con l’ufficio acquisti, benedetto dall’alta direzione.

Del resto, sono centinaia le piattaforme IOT disponibili sul mercato anche solo in Italia. Il grande tema, allora, diventa l’aggregazione, ovvero il consolidamento in strutture in grado di esprimere pacchetti di offerta sempre più robusti, modulari e scalabili, con una capacità commerciale in grado di ammortizzare e valorizzare la costruzione della relazione col cliente in termini di fiducia e brand.

Non esistono ambiti industriali fuori dalla portata dell’IOT. Pensate a una mucca o a un filo d’erba? In realtà proprio il farmtech rappresenta uno dei settori che dovrebbero vedere grandi opportunità, non solo in termini di efficienza produttiva ma anche di salvaguardia dell’ambiente, ad esempio nel poter dosare le risorse naturali o i diserbanti in modo mirato, evitando sprechi.

IOT e Telco mobili: quasi 9 miliardi di connessioni, il triplo nel 2024

Ericsson pubblica ogni anno un report sui valori del mercato IOT mobile, prendendo per chiave di lettura la performance di trasmissione. A fine 2018, nel mondo sono stati raggiunti 8,6 miliardi di dispositivi connessi, di cui 1,1 miliardo in reti Wide-area IOT, e 7,5 miliardi Short-range IOT.

Wide-area IOT sono reti in grado di coprire spazi ampi, da qualche chilometro in su. Si parte con tecnologie come LoRa, SigFox, Wightless, che hanno flessibilità, bassi costi e bassi consumi energetici, sono adatte a utilizzi che non richiedono elevate performance di trasmissione e funzionano su bande spettrali non licenziate, con protocolli proprietari e applicazioni low power wide area network (LPWAN). Applicazioni di questo tipo si sono ricavate uno spazio di mercato, circa 10% del segmento Wide. La tecnologia dominante è comunque il Cellular, che sul mondo IOT ha scontato un certo ritardo, per poi iniziare nel 2018 la diffusione del NarrowBand IOT (NB-IoT), basato oggi su LTE e domani su 5G. Per applicazioni che richiedono più banda, il Cellular offre anche altri protocolli, oltre al NB-IOT, come LTE-M e LTE Cat-1.

Short-Range sono reti a più corto raggio, tradizionalmente suddivise tra Personal (PAN) fino a 10 metri e Local (LAN). Tra i protocolli, Bluetooth Low Energy (BLE), ZigBee, Z-Wave, WirelessMBus.

Su questa articolazione di tecnologie nuove e meno nuove, piuttosto differenziate tra loro, Ericsson prevede una forte dinamica, che porterà a quasi triplicare il numero di oggetti connessi rispetto a oggi, quindi a 22,3 miliardi entro il 2024, con il Long a 4,4 miliardi, lo Short a 17,8.

Le applicazioni possono essere raccolte in quattro grandi comparti.

  • Massive IOT, quando le necessità di banda sono ridotte e si utilizzano soluzioni a basso costo e basso impiego di energia. Qui abbiamo Smart Metering, Asset Management e Fleet Management, rispettivamente contatori per le utility e tracciamento di beni aziendali, incluse le flotte di veicoli.
  • Broadband IOT, quando il flusso di dati è maggiore e occorre una minore latenza. E’ il caso dell’utilizzo per droni e virtual o augmented reality (VR/AR).
  • Critical IOT, sono i casi in cui l’affidabilità deve essere “ultra-high”, con tempi di latenza minimi. Parliamo di guida autonoma, applicazioni per la sicurezza e il controllo del traffico e la smart grid automation (controllo e distribuzione dell’energia, con particolare riferimento alle rinnovabili).
  • Industrial automation IOT, infine, che riguarda la robotica collaborativa e l’advanced automation, quando si ha a che fare con protocolli industriali e ci si aspetta precisione in termini spazio-temporali, in ambienti chiusi e circoscritti.

Sicuramente il 5G sarà un abilitatore determinante e trasformativo (ad esempio da cavi a wireless), con particolare riferimento alle ultime due.

Le fonti di valore dell’IOT in azienda: tutta la value chain ne trae beneficio

In una visione in cui i dati fluiscono in tempo reale, lungo la catena del valore, fuori e dentro dall’azienda, percorrendo tutte le fasi di trasformazione, dalla progettazione in CAD, alla distinta base (BOM), attraverso ERP e MES, fino alla distribuzione e al ritorno delle informazioni post-acquisto in Customer Care, per attivare decisioni direttamente sui processi di produzione e commercializzazione, possiamo guardare a diversi ambiti di creazione di valore per l’IOT:

Ottimizzazione dei processi, secondo molteplici strumenti tra cui il controllo dell’avanzamento della produzione e la manutenzione preventiva.

Customizzazione, ovvero poter, all’interno di una linea industriale, definire il prodotto per il singolo cliente (mass-personalizzazione), in modo univoco attraverso un configuratore che opera tra migliaia di opzioni, alcune addirittura artigianali: è il caso oggi dell’industria dell’auto di lusso, da Maserati fino a Lamborghini.

Servitizzazione, ovvero la trasformazione da prodotto a servizio, un fenomeno iniziato dal software (Saas, software as a service), diffusosi a diversi settori (pensiamo all’auto, Enjoy) e in grado di colonizzare qualsiasi ambito industriale. La premessa è far leva sulla relazione col cliente e trasformazione le storiche, faticose e costose decisioni d’acquisto irrevocabili con pagamenti frontali one shot, in piacevoli opzioni on demand o pay per play. L’ultima frontiera si chiama “in-thing” purchase e anche questa deriva dal mondo delle app. Come all’interno di un’app è spesso possibile sbloccare una funzionalità attraverso un acquisto al suo interno, così fa Tesla: produce auto con la stessa batteria, ottimizzandone così i costi in termini di scala, ma offre poi la possibilità di differenziare la fruizione con opzioni di sblocco post-acquisto.

Reselling, già oggi le aziende di telecomunicazioni rendono disponibili i dati di traffico ai comuni e centri commerciali, per l’ottimizzazione dei servizi ai cittadini rispetto agli spostamenti degli individui e dei veicoli. E chi raccoglie dati inizia a farlo ampliando il range dei sensori al di là della necessità del proprio core business, così fa Telecom sulla propria rete di apparati, proprio con l’obiettivo di potere mettere l’informazione a disposizione di soggetti terzi, ovviamente nel rispetto della privacy.

Business scope, cioè ampliamento del proprio ruolo nell’arena competitiva, grazie a nuove economie, nuove relazioni, nuovi modelli di business e i relativi effetti leva.

IOT in azienda, da dove cominciare? Tre consigli per imprenditori e manager

Se il mondo dell’IOT in azienda è il più importante per fatturato potenziale nel medio termine, è anche quello governato dalle maggiori incertezze per l’imprenditore che deve effettuare le proprie scelte di business e tecnologia. Una recente ricerca IBM/Harvard indica che il 72% degli imprenditori sa che entro tre anni la propria industry sarà sottoposta a cambiamenti dirompenti, ma solo il 13% sa come affrontarli. Anche l’imprenditore e il manager devono sviluppare sensori. Uno studio di 4.manager, osservatorio e cabina di regia sul mondo del lavoro di Confindustria e Federmanager, suggerisce tre attitudini per l’imprenditore oggi

  • Permeabilità verso l’ambiente esterno
  • Rimozione delle barriere interne tra ruoli
  • Trasparenza, partire dalla verità per definire e indirizzare i problemi

Non a caso, si parte dall’assessment. Ed è compito del manager fare da cinghia di trasmissione di questo cambiamento e soprattutto presidiare le proprie competenze, favorire l’open innovation e la continua adozione del cambiamento. Si va verso ruoli professionali ibridi e si va verso una competenza mixed di business e tecnologia. Le facoltà di ingegneria aprono alle soft skill – ad esempio all’Università di Pisa ha dedicato al tema un recente convegno -, mentre i centri umanistici sviluppano laboratori di design e artificial intelligence, come sta facendo lo IULM di Milano. In azienda i giovani sono fortemente interessati a carriere articolate tra diversi dipartimenti e assume sempre più interesse il ruolo dell’Innovation Manager, esterno o interno rispetto all’azienda, con compiti in perfetto mix di tecnologia, commerciale, finanza e coaching.

Tempo di M&A

Nel frattempo, nei salotti dell’M&A circola la parola aggregazione. Molti sono i percorsi: c’è chi punta alla raccolta di società di uno stesso settore per aggregazioni; ci sono software integrator che allargano spettro e credenziali per acquisire continuità e scope sul cliente oppure per passare da second tier alla prima linea e quindi guadagnare margini e sicurezze; assistiamo a scale up IOT che puntano sull’evoluzione dei servizi da custom a catalogo; distributori di infrastrutture che cercano una nuova sponda software per servitizzare la loro offerta o che sono impegnati nell’inserire intelligenza negli apparati, trasformandoli in smart; c’è il caso di consulting che acquisiscono società specializzate nella messa a terra di Digital Transformation e relativi software proprietari, per garantire una linea di servizio seamless; e, lato domanda, bandi pubblici e privati che includono il dato e la sua analisi come elemento imprescindibile nell’acquisto di hardware. Essenzialmente, piccoli e medi operatori impegnati nel rafforzamento del proprio brand per un go-to-market di maggiore impatto e a minor costo su filiere e mercati, un risultato che, dati i tempi compressi, non può che passare attraverso l’M&A.

Quindi una forte dinamica industriale in corso che ruota intorno al “gioiellone” IOT in azienda, generata in ultimo da tre fattori: forte domanda di trasformazione da parte delle imprese, incertezza tecnologica tra i loro leader e comparti industriali in fase di scambio e ridefinizione. Dinamiche interessanti che speriamo i nostri imprenditori, i nostri manager sappiano sfruttare e il comparto del private equity e del corporate finance assecondare e sostenere premiando merito e prospettive per il Paese.

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